La 'terra promessa' dei piemontesi
Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano argentino 'El Litoral':
http://www.ellitoral.com/index.php/diarios/2008/02/09/nosotros/NOS-09.html
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Inserito nel sito nella versione originale da Felice Povero, tradotto da Giancarlo Mosso.
Immigrazione singolare. Etnicità, dialetto e religiosità sono le chiavi dell'apporto degli immigrati piemontesi quando arrivarono nelle nostre terre. Il Presbitero Edgar Stoffel ha contribuito con le sue ricerche su questo argomento. Testi di Edgar Stoffel.
Non possiamo dimenticarci dell'importanza che ha avuto l'emigrazione della popolazione piemontese verso il nostro paese tra il 1876 e il 1915. Diventò la destinazione d'eccellenza di questa popolazione, almeno fino all'inizio del XX secolo. Le ragioni alla base di questo fenomeno vanno cercate nella tradizione migratoria di questa regione e nella crisi che - a causa di diversi fattori - visse il Piemonte, soprattutto nel settore agricolo, tra il 1880 e il 1894, che lo trasformarono in un'area marginale dell'economia e della politica italiane. A ciò dobbiamo aggiungere la forza attrattiva della 'terra promessa' che genera nei piemontesi la speranza di ottenere in essa migliori condizioni di vita, incrementata dalle informazioni che gli emigranti inviano indietro al loro paese, la propaganda delle imprese marittime, e il rapido consolidamento di una comunità di appartenenza fortemente etnica. Fra le province piemontesi, quelle con la maggiore emigrazione furono Cuneo (76,47%) e Alessandria (66,47%), seguite a giusta distanza da Torino (54,45%) e Novara (50,90%). Queste percentuali sono in stretta relazione con il tipo di terre dedicate all'agricoltura e con la frammentazione della proprietà. Di fatto, le zone dalle quali proviene la maggior parte degli immigrati in Argentina corrispondono ai luoghi più montagnosi in cui la terra è poco fertile e si conta un proprietario ogni 4 ettari. Con le parole di Beppe Fenoglio, una vera 'terra della malora'.
Arrivati nel nostro paese, dopo un viaggio che durava circa un mese, si distribuirono in tutto il paese e si dedicarono alle attività più varie. In gran maggioranza si dedicarono al lavoro agricolo, per il quale i loro rudimenti tecnici e la collaborazione del gruppo familiare (con il quale si riproduceva la pratica lavorativa del paese d'origine) erano più che sufficienti.
Costruire un mondo proprio
Le province di Santa Fe e Cordoba (le cui fertili terre vennero destinate all'agricoltura) furono quelle maggiormente favorite dall'immigrazione piemontese. Dopo una breve esperianza lavorativa come mezzadri o lavoratori a giornata nelle colonie più antiche, la colonizzazione dell'ovest di Santa Fe e - in seguito - dell'est di Cordoba fu l'opportunità perchè essi creassero il 'proprio mondo' , esperienza che eleveranno alla categoria di gesta o epopea e che rimarrà riflessa nelle opere di Lermo R. Balbi in 'Los nombres de la tierra' e 'Continuidad de la Gracia' (I nomi della Terra e Continuità della Grazia) e 'Nui, la Pampa Gringa' (Noi, la Pampa Gringa), 1887-1910, di Norma G. de Minardi.
Commentando le prime, Osvaldo Valli segnala che "su basi ottenute grazie a minuziose indagini in documenti e cronache e soprattutto nella tradizione orale della comunità, Balbi rielabora usando lo schema tipico del viaggio, il periplo iniziato dai piemontesi alla ricerca della terra promessa, riuscendo a fare delle gesta piemontesi il paradigma di tutte le gesta, di tutti i fatti di cui l'uomo è stato protagonista".
L'ambito spaziale di questo vero hinterland comprende il dipartimento Castellanos (n.d.t.: è il dipartimento di Santa Clara), l'ovest di Las Colonias, buona parte di San Martín e San Jerónimo e l'ovest di San Cristóbal, in Santa Fe, e l'est del dipartimento San Justo, in provincia di Córdoba. Un giro per le colonie di questa zona non lascia adito a dubbi sull'identità piemontese, come succede - per citare alcuni esempi - a Saguier , dove il 91,3% delle famiglie aveva quell'origine, San Francisco (80%), Rafaela (76,5%), Pte. Roca (73,3%) e Susana (54,9%). Possiamo dire la stessa cosa di Gessler, Lehmann, Vila, Marcos Juárez e Freyre.
Nuove moltitudini
Questa massiccia presenza piemontese fu già registrata nel 1884 da E. De Amicis, che visitando la colonia San Carlos - la cui fondazione era legata ad altre correnti migratorie - registra: "Uno sciame di giovincelli e bambini si chiamavano con i loro nomi tra la folla, con i diminutivi tipici dei piemontesi, e riconobbi la pronuncia dell'alessandrino, del pinerolese , dei cuneesi, e di altri luoghi, il cui accento era tanto chiaro quanto quello della madre patria." E continua: "Alcuni, chiamati dai miei compagni, iniziarono ad avvicinarsi; in pochi momenti mi trovai circondato da una folla che mi cercava da tutte le parti. Non fu necessario chiedere a nessuno, mi parlarono loro con avidità. Mi dissero tutti di che paese erano. Io sono di Caluso. Io sono di Gallanico. Io di San Secondo. Io di Dromero. Molti erano dei dintorni di Pinerolo. Come va laggiù ? Mi domandavano. Alcuni mi chiesero notizie dei loro parenti come se fosse naturale che io li conoscessi. Altri rimasero meravigliati e ridevano come matti tra di loro, quando sentivano citato il nome del vecchio sindaco o del segretario comunale del loro paese."
Nel 1895, già avanti il processo di colonizzazione, Giorgio Racca scrive ai suoi genitori: "non tardate troppo se lo desiderate, adesso non è più come una volta, venire in America adesso è come andare a Pinerolo, ci sono più italiani qui che laggiù da voi".
Nel nuovo mondo
Ormai nel nuovo mondo e come già fatto nell'attività agricola, questi immigrati avrebbero applicato nel campo religioso le loro pratiche ancestrali, in primo luogo per quanto riguarda il compimento del precetto domenicale. De Amicis descrive una domenica nella colonia di San Carlos: "La chiesa era piena fino alla porta; molti contadini ascoltavano la messa fuori dal tempio, alcuni in ginocchio e altri in piedi, tenendo il cappello premuto contro il petto". La lontananza del tempio non era un ostacolo per compiere il precetto domenicale. Per esempio la famiglia Olivero si spostava tutta da Rafaela - che in quel tempo non aveva la chiesa - fino alla colonia Pilar per partecipare alla Messa e comprare le provviste necessarie per la settimana, così come facevano i coloni della zona di Lehmann, tra gli altri. Nel 1895, G. Racca si permette di ricordare ai suoi genitori: "Guardate di andare a Messa, io sono sempre andato, non andate quando tagliate il grano". E nel 1900 - con i suoi genitori ormai in Argentina - scrive a sua sorella: "Andiamo a messa tutti i giorni di festa. Andiamo a messa a Vila. Abbiamo un sacerdote che viene da Pinerolo, è un buon sacerdote". Nel 1904, è sua madre che scrive dalla colonia Ramona: "Tutti noi nei giorni di festa andiamo a messa".
L'impossibilità di partecipare alla messa non cessa di essere causa di lamento, come succede con Lucia Grandis, che segnala a sua figlia che questa terra non le piace, "perchè non possiamo andare tutti a messa, è necessario che due rimangano a casa per guardare gli animali, andiamo lontano due leghe", o quando le chiede di pregare per lei nella chiesa di Volvera, siccome, essendo periodo di raccolto non può andare a messa. Questa importanza data al compimento del precetto domenicale e la difficoltà di compierlo a causa delle grandi distanze è una delle ragioni per cui - non appena veniva colonizzato un pezzo di campagna - si cominciasse dapprima a celebrare la messa da parte del sacerdote della cappellania o parrocchia più vicina in qualche luogo preparato a tal scopo e poco dopo si cominciasse a costruire una cappella di piccole dimensioni, che in seguito verrà ampliata o sostituita da un tempio di maggiore entità.
Altre pratiche di devozione
Insieme alla messa, le altre pratiche devozionali rievocano il mondo lasciato ed occupa un luogo privilegiato la recita del Rosario, che veniva realizzata in famiglia o nel tempio parrocchiale: Sunchales, domenica pomeriggio; Ceres, sera e Rafaela, alle quattro del pomeriggio. Sarà anche di fondamentale importanza la devozione al Sacro Cuore di Gesù sentita dai fedeli e promossa dalla Gerarchia (non mancava la sua immagine o quadro nelle case e nei templi e cappelle) e al Santissimo Sacramento, che in genere veniva esposto le domeniche pomeriggio o in occasione delle 'Quaranta Ore'. Tra le devozioni mariane, la 'Madonna del Pilone' di Moretta si venera a Santa Clara de Buena Vista e a General Deheza, la 'Consolata' a livello famigliare e a Sampacho, e quella delle Nevi, a Castelar. La stessa cosa succede con i santi più popolari come San Giuseppe e San Rocco, con altari nella maggior parte dei templi della zona ed alcune cappelle private a loro dedicate; San Grato e San Chiaffredo, ai quali vengono dedicate cappelle private. E' anche generalizzata la devozione a Sant'Antonio Abate, la cui immagine era presente in vari templi e che era il patrono di Lehmann. Si può ancora ascoltare l'Invocazione `S' Antonio pater ...'.
Paure degli agricoltori
In 'Los Nombres de la Tierra', si ricreano i gesti religiosi dei contadini di Aráuz di fronte alla temuta grandine: "La madre toglieva allora le mani dalla sua casacca a maniche corte color terra, nelle cui tasche rotte sembrava che le perdesse ogni volta che si fermava a guardare nel vuoto e si decideva a fare ciò che faceva sempre in quei momenti. Prendeva due foglie di olivo benedetto e le infilzava l'una con l'altra in modo che facessero una croce, che poi veniva accesa con una candela consacrata", mentre diceva alcune parole. Come nei paesi natali, la festa patronale acquistava una dimensione particolare caratterizzata dalla presenza in massa di tutta la colonia e anche di colonie vicine e nella quale si mescolavano aspetti religiosi e profani. Pastoralmente era una occasione per riaffermare i principi cristiani attraverso varie attività spirituali o la predicazione di qualche missione popolare. Però anche qui come in Piemonte non mancavano militanti anticlericali e legati alle logge massoniche come Juan M. Alberto (nato a Vigone nel 1837) e, con una rilevante attività a San Carlos Centro, Luis Maggi (nato ad Alessandria e combattente per l'unità d'Italia) e Massimo Ghione a Rafaela. In questa colonia, la più importante del centro-ovest della provincia di Santa Fe, la massoneria ebbe un ruolo importante nella costruzione della comunità urbana e un forte andamento anticlericale, fondato sul presupposto 'prete alla vanga', anche se più mite che in Italia.
Vocazioni sacerdotali
In molte colonie si celebrava il `XX di settembre' - una specie di festa patronale parallela- al punto che il Vescovo Boneo dovette richiamare all'ordine i fedeli che vi partecipavano. Però allo stesso tempo era comune sentir cantare a non pochi piemontesi il "E' vero che è morto Garibaldi, pum!". Altri fattori che a quanto pare influenzavano la tradizionale religiosità erano il benessere economico e la mancanza di un'istruzione catechistica più organica, così come segnala il Presbitero Donzelli, parlando dei coloni di Vila. Da questo vario e ricco 'humus' religioso sorgeranno come frutto eccezionale non poche vocazioni sacerdotali e religiose tanto tra i diocesani (Gioda, Balbiano, Tonda, Re, Mautino, Ferrero, Giovannini) come tra i salesiani con la loro casa a Vignaud e il loro Collegio San José a Rosario, al quale partecipavano numerosi adolescenti. Addestrati da questa esperienza, nel 1948 i Missionari della Consolata di origine torinese che si occupavano di Presidente Roca dalla metà degli anni 30 tentarono di creare un Seminario senza maggior successo, anche se ci riuscirono a San Francisco. Vale la pena aggiungere che, come in altri ambiti, anche in quello religioso si impose lo stile piemontese emarginando specialmente la già indebolita religiosità creola, fino a soppiantarla completamente.
Il dialetto, lingua ufficiale
Va sottolineata l'importanza che ebbe il dialetto di origine dei piemontesi che, secondo D. Imfeld, si convertì in una vera "forza d'identità", avendo nel nucleo famigliare il suo bastione principale. Molto eloquenti sono le testimonianze raccolte nel secondo decennio del XX secolo a Freyre, dove si segnala che la "la lingua ufficiale qui è il piemontese" e a Santa Clara de Saguier dove, persino il Giudice di Pace ed il Commissario, nonostante fossero argentini, parlavano questo dialetto. Era la pratica abituale nelle case di commercio e in diversi tipi di riunioni. La sua influenza si mantenne fino agli anni '50, nonostante la squalifica che subiva nel campo educativo e la sua assimilazione al mondo rurale isolato dalla cultura urbana. La centralità del piemontese, che nella vita quotidiana arriva a soppiantare la lingua ufficiale del nostro paese mette in evidenza la supremazia come gruppo etnico ed economico dei parlanti originari. I loro discendenti, anche se sono già argentini, si identificano per varie generazioni con la lingua ricevuta. Questo non implica solo la conservazione endogamica del dialetto, ma anche la sua assunzione da parte di altri italiani che si trovano in minoranza rispetto ad essi, immigrati di altre nazionalità e persino i nativi che per motivi di lavoro dovevano impararlo per capirsi con i proprietari delle fattorie. Non si esagera affermando che il piemontese diventò la lingua franca della regione alla quale nessuno poteva sottrarsi.
Vissuti religiosi: immaginario cattolico
La pratica religiosa dei piemontesi, almeno nella regione torinese, si presenta complessa, articolata, fluida e allo stesso tempo contraddittoria, e si caratterizza per la diffusione delle nuove devozioni e per un certo carattere di massa. Spiccano il culto al Santissimo Sacramento e al Sacro Cuore di Gesù e la devozione alla Vergine Maria e a San Giuseppe, con le sue visite al Sacrario, il primo venerdì del mese e nei rispettivi mesi (di maggio, del Sacro Cuore a giugno e del Santo Patriarca). I Santuari mariani situati nell'arco alpino vedono rinnovata l'affluenza di pellegrini, soprattutto la Vergine di Oropa, e cresce la devozione alla Vergine della Consolata, della Guardia e di Maria Ausiliatrice, quest'ultima spinta dai salesiani. Nell'ambito contadino perdurano la devozione a Sant'Antonio Abate (protettore degli animali), San Grato (protettore dei terreni seminabili), San Rocco e San Pancrazio (protettore dalle malattie) e San Chiaffredo, fra i cuneesi. Dappertutto si ergono 'piloni' ed eremi, le feste del Patrono del paese costituiscono uno dei momenti più importanti nella vita della comunità poichè - attraverso di essa - i vicini si riconoscevano come membri di una collettività sociale e religiosa e, sul piano personale e famigliare, la recita del Rosario conserva tutta la sua validità.




